L’equilibrio tra produzione e ambiente è la chiave per intraprendere una viticoltura biologica, e a Noelia Ricci, azienda che dal 2018 segue un percorso di conversione bio, la sostenibilità è diventata una stella polare che guida il cambiamento. Il progetto Noelia Ricci nasce nel 2010 da una suggestione, che presto è si è trasformata in una visione: rispettare la naturale inclinazione della zona di Predappio e tornare alle origini della viticoltura praticata dai contadini romagnoli.
L’azienda vuole essere un omaggio alla storia di una famiglia e onorare il nome di Noelia, che fu la prima ad intuire, nel 1980, il potenziale dei pendii della Tenuta Pandolfa. Situata ai pedi dell’appennino Tosco-Romagnolo, la tenuta sembrerebbe derivare il suo nome direttamente da Sigismondo Pandolfo Malatesta, detto “il lupo di Rimini”, il grande patrono delle arti.
A dialogare con noi è stato Marco Cirese, produttore e proprietario di Noelia Ricci, quarta generazione della famiglia, che ha deciso di prendere le fila della meravigliosa storia che questa azienda vuole narrare in costante rapporto con il suo territorio.
Nel 2021 siete diventati un’azienda biologica, dopo una conversione graduale: quali sono le difficoltà a cui va incontro un’azienda che vuole passare a produrre in regime biologico?
La nostra conversione è stata lenta e graduale. Ho iniziato a pensarci durante il 2013, durante il quale abbiamo prodotto la nostra prima annata. Ci siamo presi tutto il tempo di cui avevamo bisogno, e quando ci siamo sentiti pronti, abbiamo iniziato il processo.
L’abbiamo fatto perché crediamo nel territorio ed in quel che facciamo. Non abbiamo riscontrato particolari difficoltà perché non abbiamo imposto e non abbiamo affrettato i tempi.
Abbiamo cercato di fare il necessario, rispettando il più possibile le piante e l'ambiente che ci circonda. Bisogna pensare di camminare tra i filari ed osservare le piante, captare qualsiasi tipo di segnale che loro cercano di inviarci, sia che siano positivi, che negativi. I monitoraggi sono fondamentali per capire lo stato di salute del vigneto. Serve più tempo da passare in campo, più attenzione.
Credo che sia la passione in definitiva a spingerci a fare tutto questo! L'attenzione che prestiamo a ciò che facciamo non deve necessariamente aumentare. Ci vuole semplicemente più consapevolezza di quello che stiamo facendo e del perché lo stiamo facendo.
Quali sono i primi punti su cui intervenire per fare una scelta di sostenibilità?
Abbiamo cercato e stiamo tutt’ora cercando di essere più sostenibili sforzandoci di avere un impatto meno intrusivo sull'ambiente, utilizzando solo il minimo di rame e zolfo per difenderci dalle principali avversità fungine. Puntiamo molto sugli Induttori di resistenza/fitofortificatori, che sono in grado di fare sviluppare più resistenze alle malattie alle piante. Utilizziamo antagonisti naturali per combattere i funghi e gli insetti patogeni.
Per quanto riguarda la gestione del vigneto cerchiamo di calpestare il meno possibile i filari per non creare eccessivo compattamento e costipazione del terreno. Esso deve essere libero di respirare ed una pratica importante che ci aiuta è l'inerbimento, a volte spontaneo, dove il mix di erbe autoctone forma un bel tappeto continuo. Altre volte seminiamo un mix di essenze per consentire una completa integrazione nutrizionale al vigneto, favorendo la biodiversità dell'ambiente ed una lavorazione differente. Queste lavorazioni creano microporosità, scambi di ossigeno e tutte una serie di interazioni positive, poiché le radici delle piante seminate sono in grado di esplorare differenti strati del suolo. Esse disgregano le zolle del terreno e sono le principali responsabili dell’arricchimento di sostanza organica, con tutta una serie di microrganismi ed animaletti terricoli, come il lombrico, che svolgono una vera lavorazione biologica silenziosa del terreno. I lombrichi ingeriscono la terra e quando essa viene espulsa, risulta arricchita di sostanze.
In base alla natura e alla necessità del vigneto stesso, si può decidere di intervenire interrando le sostanze, con la tecnica del sovescio, oppure semplicemente tagliandole e lasciandole seccare sul terreno in modo da creare uno strato pacciamante che aiuta durante le estati particolarmente calde come schermo protettivo sul suolo, proteggendo e mantenendo l'umidità al suo interno, necessaria nei momenti più torridi.
Cerchiamo di lavorare il terreno il meno possibile, solamente nel periodo post/vendemmia con ripuntature e decompattature profonde, che hanno lo scopo di decompattare i terreni che sono stati calpestati tutta la stagione vegetativa e di immagazzinare più acqua possibile negli strati profondi, con la speranza che possa essere sufficiente per la stagione futura.
In che modo la vostra azienda valorizza il territorio?
Valorizziamo il territorio puntando esclusivamente su varietà autoctone, quali Sangiovese e Trebbiano e gestendo i vigneti cercando di fare sempre qualcosa in meno rispetto che in più.
In cantina i vini partono da fermentazioni spontanee con lieviti indigeni. Vinifichiamo in purezza per restituire al vino il territorio da dove proviene.
Come state affrontando il cambiamento climatico?
Cerchiamo di avvicinarsi il più possibile ad un'agricoltura naturale, che si integri con le altre colture e piante dell'ambiente, e con il bosco circostante, così da avere una connessione tra coltivato e spontaneo.
Riteniamo che questa sia la strada giusta per fronteggiare i cambiamenti climatici, rispettando innanzitutto il bosco e cominciando a considerare il vigneto come una coltura composta da un insieme di piante e non una semplice monocoltura.
Quali sono i paesi che coprite attualmente? Avete progetti di espansione in nuovi mercati?
Oggi vendiamo i nostri vini per il 40% in Italia e per il 60% all’estero. Siamo presenti in Europa, in Francia, Germania, Svizzera, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Svezia, Danimarca, Austria, Uk, Malta, Rep. Ceca e Lituania. In Asia siamo presenti in Giappone, Singapore, Hong Kong e di recente siamo entrati in Cina e a Taiwan. Nel nuovo mondo copriamo California, Washington, Oregon, New York, Vermont, Canada, Australia e Messico. Ci piacerebbe entrare in Korea, Vietnam e in Tailandia, ci stiamo lavorando e speriamo che il Vinitaly possa essere l’occasione giusta per nuovi incontri!
Ci vediamo al Padiglione Bio – Hall F Stand: 17BIO.