Wine News01 marzo 2018

Da nicchia per cultori a bene rifugio tout court: la parabola del vino come investimento redditizio è in netta ascesa, e l'Italia cresce anche da questo punto di vista, dai vigneti ai benchmark del mercato secondario, passando per le acquisizioni

Non è una novità che i vini di lusso e da investimento, oltre a un ottimo modo di diversificare il proprio portafoglio, rappresentino anche un ottimo investimento tout court, specie in tempi di incertezza economica. E negli ultimi anni, a confermarlo, sono arrivati risultati sempre più eclatanti dal mondo delle aste enoiche (+9,6% nel solo 2017, a 371 milioni di dollari) e anche dal mercato secondario: analizzando il 2017, il Liv-Ex ha non solo confermato l'entusiasmo degli investitori globali, ma anche il crescente peso sulla scena globale dell'Italia enoica, che si è conquistata il terzo posto per numero di etichette presenti nella "Power 100" del benchmark londinese e anche la palma del brand più scambiato in assoluto, il Sassicaia di Tenuta San Guido, con una quota di mercato del 7,3% e un prezzo medio, 692 sterline a cassa, che ne fa il secondo marchio in termini di rapporto qualità/prezzo, mentre il Masseto ha raggiunto il decimo posto nella classifica delle etichette con il prezzo più alto, a 5.136 sterline a cassa (+23,3% anno su anno).
Vero è, però, che le analisi che hanno confermato la solidità dei fine wine come investimento si sono raramente allontanate dal medio periodo, ed è per questo che i dati contenuti nel "Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook 2018", firmato da più studiosi della London Business School e ripresi dal "The Economist" (https://goo.gl/z6qr24), possono risultare sorprendenti, visto che confermano questa caratteristica dei fine wine anche nel lunghissimo periodo, ovvero dal 1900 ad oggi. Nello specifico, l'analisi di Dimson, Marsh e Staunton analizza i ritorni reali sull'investimento, su base annuale e in termini reali, di un investimento in dieci tipologie di beni rifugio, dai diamanti alle azioni, con proprio queste ultime a vantare la percentuale più alta, poco oltre il 5%. Al secondo posto c'è poi proprio il vino, con un tasso superiore al 3,8%, mentre al terzo posto vi è la filatelia, poco sotto i tre punti percentuali. Solo quarte le obbligazioni (1,9%), a un'incollatura dalle opere d'arte (1,8%) e ben sopra a platino (1.4%) e oro (0,7%) - e con i diamanti che, sorprendentemente, hanno generato tassi negativi per quasi mezzo punto percentuale.
In questo contesto, di conseguenza, assume un carattere ben diverso l'innegabile vivacità del mercato tricolore di vigneti, possedimenti e intere aziende, con i fenomeni di M&A che hanno punteggiato tutto il 2017, dall'investimento del Gruppo Santa Margherita in Sardegna e Lugana (con Cantina Mesa e Ca' Majol) all'arrivo di Angelo Gaja sui vigneti dell'Etna, passando per quello di Frescobaldi in Chianti Classico e di Agricola San Felice (gruppo Allianz) a Bolgheri, mentre in questo avvio di 2018 si sono già registrati l'investimento della griffe dell'Amarone Allegrini in Lugana e quello di Antinori in Tenuta La Farneta, dopo un "testa a testa" in asta con Marchesi de' Frescobaldi.
Un'effervescenza complessiva, quindi, che ha portato sempre più in alto, in prospettiva storica, i valori di un ettaro vitato nei territori del vino italiano
, con l'analisi WineNews che pone in cima il "parterre de roi" formato da Brunello di Montalcino (ormai sui 700.000 euro, con una rivalutazione del 4.405% dal 1967), Amarone della Valpolicella (450-600.000 euro per la zona classica, +1.400%) e Barolo (da 1 a 1,5 milioni, ad eccezione dei cru più prestigiosi, +700%). A seguire, Bolgheri (450-600.000 euro), Barbaresco (400-500.000), Conegliano Valdobbiadene (400-600.000 euro), Prosecco Doc e Pinot Grigio (proiettati dal mercato e dalla nuova Doc delle Venezie fino a un prezzo per un ettaro di vigneti di 250.000 euro), e i campioni del metodo classico tricolore Franciacorta e Trentodoc che possono arrivare fino a 300.000 e 350.000 euro ad ettaro.