Wine News13 febbraio 2018

2017, Italia del vino avanti piano sui mercati extra-Ue: il Belpaese mette a segno un +5,9% in valore, a 3,4 miliardi di euro, ma Francia e Spagna crescono di quasi il doppio (+9,8%/+9,7%). A dirlo l'Osservatorio Paesi Terzi by Business Strategies

Un'occasione mancata: ecco, in sintesi, la performance dell'Italia del vino sui Paesi non-Ue nel corso del 2017. Il +5,9% a valore messo a segno dal Belpaese enoico sugli otto mercati extraeuropei che assorbono il 90% dell'export nazionale (Usa, Cina, Canada, Giappone, Svizzera, Russia, Norvegia e Brasile), per un totale di 3,4 miliardi di euro, non deve infatti ingannare, dato che assume un contorno ben più amaro se messo a confronto con i tassi di incremento sulle medesime piazze dei principali concorrenti sui mercati globali, siano essi del "vecchio" (+9,8% per la Francia e +9,7% per la Spagna) o del "nuovo" mondo enoico (con l'Australia a +12% e il Cile a +7,2%). E' questo il bilancio dell'anno appena trascorso disegnato dall'analisi consuntiva firmata dall'Osservatorio Paesi Terzi di Business Strategies (www.bsnstrategies.com), in collaborazione con Nomisma - Wine Monitor, sulla base dei dati doganali dei Paesi extra-Ue aggiornati ai dodici mesi del 2017.
--BANNER--Un panorama nel quale, a conti fatti, il recupero dell'Italia sulla Francia negli Stati Uniti avvenuto nel mese di dicembre (che porta il totale annuale a 1,649 miliardi per la prima e 1,644 per la seconda), è una consolazione solo simbolica, visto che ormai a separare i due versanti delle Alpi è un'"incollatura" di solo 5 milioni di dollari. Resta il fatto, sottolinea l'analisi, che la performance quinquennale del Belpaese enoico è notevole, con una crescita del 33% nei Paesi non appartenenti all'Unione Europea: ma questo dato di medio periodo va inquadrato in una congiuntura attuale che vede un prezzo medio ancora poco mosso (+1,5% anno su anno, a 2,77 euro al litro, contro un +3,1% francese che lo porta a 6,07 euro), una debolezza sui mercati di più vivace sviluppo, come quelli asiatici (in Cina e Giappone l'Italia è a quota 313 milioni di euro, con la Francia a 1,73 miliardi), una domanda degli sparkling (+11%) che non si riflette a sufficienza sui fermi imbottigliati (+4,6%) e, soprattutto, una fase incerta negli Usa, che da tempo sono una piazza semplicemente irrinunciabile per il vino italiano nella sua totalità. In quel mercato il tasso di crescita italiano, sottolinea l'analisi, è un decimo di quello francese, e un terzo di quello delle importazioni globali di vino dell'Unione, fermandosi a +4,5%, e arrivano notizie di una performance deludente anche dal secondo Paese più importante degli otto considerati, la Svizzera, con un +5,4% italiano che non raggiunge il tasso di crescita della domanda. Bene invece il Canada, terzo Paese partner, con un +6,5%, e soprattutto la Russia, che ha visto le sue importazioni di vino tricolore crescere del 41% nei primi 11 mesi del 2017.
Crescita monstre, ma in un mercato di caratura minore, è invece quella del vino italiano in Brasile (+48%), mentre in Norvegia l'Italia mantiene la corona di primo importatore, nonostante un calo del 2,3%, e infine, il notevole +18,6% messo a segno dall'Italia in Cina non cambia purtroppo poi di molto gli assetti rispetto ai competitor, visto che la quota di mercato italiana oltremuraglia è cresciuta dello 0,2% sul 2016, arrivando al 5,8% (un settimo circa di quella francese). "Al netto del sorpasso ai nostri danni negli Usa", ha commentato Silvana Ballotta, ad Business Strategies, "dove la Francia ha recuperato solo nel 2017 circa 173 milioni di euro all'Italia, il nostro gap commerciale sta tutto nei principali Paesi dell'Estremo Oriente. In Giappone e Cina, la Francia ha infatti segnato un valore delle vendite di oltre 1,4 miliardi di euro superiore al nostro, più o meno la stessa cifra che ci separa dal principale nostro competitor nelle esportazioni complessive extra-Ue". Per Ballotta "serve, come auspicato in più tavoli, una concertazione centralizzata della promozione verso quei partner commerciali, per evitare che restino perennemente mercati di prospettiva per noi e di sbocco per loro".