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29 settembre 2020

Cambia il mercato del vino negli Usa. Italia in pole position

Per penetrare nell’interessantissimo quanto strategico mercato americano, uno dei più importanti in termini di volumi e, di conseguenza, di valore, non è solamente necessario affidarsi a partner in grado di costruire un ponte fra le cantine e i consumatori Usa; altrettanto indispensabile è capire le dinamiche che stanno alla base delle scelte degli acquirenti americani, che sono particolarmente rapide, sensibili al fascino e al “peso” dell’Italian style, ma altrettanto esposte alle mode o ad altri fattori esogeni che influiscono nell’orientamento agli acquisti.
Sono alcune delle indicazioni emerse nel corso del webinar organizzato dalla Camera di commercio italoamericana di Chicago, in collaborazione con Vinitaly
e W2W Exhibition, rassegna in programma dal 22 al 24 novembre a Veronafiere. Un evento-ponte quello di W2WE, come lo ha definito il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani, “per riconnettere molte relazioni e informazioni in attesa della prossima edizione di Vinitaly, e che fosse un’opportunità per le aziende in occasione di un evento tradizionalmente organizzato nella terza decade di novembre come W2W Forum.
Un evento di respiro internazionale, preceduto “da un convegno sui consumi di vino nel mondo e da Opera Wine, la selezione dei 100 migliori produttori e prodotti italiani selezionati dalla rivista Wine Spectator”.
Quanto al mercato Usa, pesa senza dubbio l’effetto Covid-19. “Con i ristoranti chiusi – spiega Gianmaria Rizzo, direttore marketing di More than Grapes Wine Imports - i consumatori non hanno rinunciato ad acquistare vini premium, tanto che le vendite dei vini con prezzo a scaffale dai 20 dollari in su hanno segnato un aumento del 40%; anche gli acquisti di vino in box sono cresciuti del 44%, perché la gente ha fatto scorta su formati più grandi di 3 e 5 litri, evitando così gli acquisti quotidiani”.
Altre dinamiche di consumo, invece, sono legate a fattori stagionali. “Il vino in lattina ha segnato un boom negli acquisti del 50% - prosegue Rizzo – perché è un formato più comodo da portare in giro nel periodo estivo”.
Conoscere le abitudini di chi compra è fondamentale. “In base a una ricerca condotta dalla app Drizly, che sta spopolando negli States – rivela il direttore marketing di More than Grapes - più del 92% consuma alcolici mentre guarda la televisione e più del 70% li consuma durante happy hour virtuale con famiglia o amici”.
Consumi e costumi che cambiano. Minacce fantasma come gli hard seltzer, acqua gassata mescolata ad alcolici, che però “sono più antagonisti della birra che non del vino”.
Necessario fare cultura e promuovere il vino tra i Millenials, i consumatori del futuro, anche dal punto di vista del prodotto, delle caratteristiche, della sua storia.
Chi vuole esportare vino negli Usa deve seguire regole e rispettare leggi che, seppure con la modalità dei Commmon Law, ci sono e sono ferree. A partire dai permessi, che non sono generici, ma specifici. “Nel sistema Usa nel 98-99% dei casi non esiste una legge che va a sopperire alle mancanze dei contratti – spiega Mario Polito dello studio legale internazionale Bryan Cave Leighton Paisner -. Tutto quello che non verrà inserito nel contratto non si applicherà al contratto”.
“Allo stesso tempo – afferma il collega Martin Guizzardi – è fondamentale essere precisi sulla tipologia di rapporto, sia esso di vendita, importazione o distribuzione. Altrettanto importante è prevedere un’assicurazione”.