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13 dicembre 2021

Matilde Poggi, presidente Cevi: “Difendere il vino per il valore culturale”

“Dobbiamo difendere il vino come prodotto che ha un valore culturale. Il vino è un prodotto agricolo che fa parte della nostra vita e delle nostre abitudini alimentari e non deve essere attaccato come prodotto che contiene alcol. Dobbiamo cercare di promuoverne il consumo consapevole, in linea con le abitudini alimentari. In Europa purtroppo gli equilibri si sono spostati verso Nord e verso Est e l’Europa del Sud con Italia, Francia e Spagna, non sono più centrali come in passato. Eppure la cultura del vino è quella mediterranea, quella per intenderci del consumo a pasto, e il vino non va confuso nel marasma dei prodotti che contengono alcol”.
A dirlo è Matilde Poggi, presidente di Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti) e da alcune settimane eletta alla presidente del Cevi, la Confédération Européenne des Vignerons Indépendants, realtà che rappresenta circa 12mila vignaioli i 13 Paesi.

Quali sono le sfide che dovrà affrontare nel corso del suo mandato?
“Si lavorerà sempre più insieme, ascoltando tutte le voci. Ho già cominciato cercando di coinvolgere maggiormente i Paesi che hanno pochi vignaioli associati, ma che sono egualmente importanti, come la Bulgaria, la Slovenia, l’Ungheria. Insieme a Italia, Francia e Spagna, le realtà numericamente più strutturate dovremo affrontare il dossier delle etichette nutrizionali, introdotto dalla riforma della Pac 2021-2027, che entrerà in vigore nel 2023. Dovremo evitare che passino informazioni in etichetta penalizzanti per il settore vitivinicolo”.

La riforma della Pac introduce anche il concetto della condizionalità sociale. Tradotto in termini semplici, significa che non verranno assegnati fondi comunitari alle imprese che non rispettano le normative sul lavoro. Teme che la viticoltura possa avere qualche problema in più tenuto conto che alcune fasi produttive prevedono il ricorso a manodopera stagionale?
“Premetto che sono favorevole a un sistema che assegna risorse solamente alle aziende agricole che rispettano le regole, a prescindere dal fatto che si tratti di norme sul lavoro o altro. Sono altrettanto convinta che la filiera possa sostenere la condizionalità sociale. I vignaioli hanno tuttavia bisogno di un minor carico burocratico, spesso molto complesso, parlo per l’Italia. Resta il nodo degli stagionali: in alcuni momenti abbiamo difficoltà a reperire manodopera, come quest’anno, con gli stranieri che non vogliono venire in Italia perché temono di rimanere bloccati dalla quarantena obbligatoria, con costi che lievitano. Il problema non è solamente italiano, anche in Germania il settore ricorre alla manodopera straniera, mentre in Francia è molto diffusa l’abitudine di assumere studenti per la vendemmia”.

Gli operatori e la filiera sembrano concordi nel riconoscere l’esigenza di una più ampia e profonda formazione. Cosa è mancato, secondo lei, in questi anni?
“Sicuramente manca tutta la parte legata alle scuole di formazione viticola. Non ci sono quasi più e se ne sta riparlando lentamente. Allo stesso tempo devo riconoscere che, rispetto al passato, molti giovani hanno intrapreso un percorso di formazione enologica, anche se oggi sembrano essere poco orientati al lavoro di cantiniere preferendo la consulenza o la professione di tecnico di laboratorio.
Penso che il lavoro in campagna sia poco scelto, perché costringe a stare molte ore da soli. Detto questo, ritengo che la formazione enologica che figure tecniche e di cantina sia assolutamente necessaria, perché eleva la professionalità del nostro settore”.

Come vede il futuro del biologico?
“Credo che sia un settore che ha ancora interessanti opportunità di crescita, soprattutto nel settore del vino. L’obiettivo fissato dalla Commissione Ue di raggiungere entro il 2030 una superficie agricola utile del 25% a biologico è ambizioso, ma nel vino ritengo che sia alla portata. La mia azienda da diversi anni ha fatto la scelta del bio e oggi sono disponibili molte valide soluzioni per orientarsi su questa strada. Avremo dunque buoni margini di crescita”.

Come contrastare i cambiamenti climatici?
“La lotta al climate change è un lavoro a tempo pieno, che impone una svolta ad ampio raggio. Dobbiamo rivoltare tutti i nostri comportamenti quotidiani e per farlo è necessario un cambio di mentalità, che vedo più presente nei giovani. Sono molto sensibili al tema e sono certa che faranno la differenza.
L’impegno costante investe anche la viticoltura. Ma se con trattori piccoli e sofisticati è più difficile ridurre le emissioni, dobbiamo fare in modo di ridurre i passaggi in campo, così da ottenere risultati positivi”.

Viticoltori attori nella lotta ai cambiamenti climatici, ma allo stesso tempo vittime di tali fenomeni.
“Sì. Siamo esposti a tali fenomeni, dalle grandinate alle trombe d’aria, una volta assai meno frequenti, e con l’aumento della siccità e delle temperature anche i risultati in campo sono cambiate. Dobbiamo fare i conti con gradi zuccherini elevati nelle uve e acidità che calano velocemente. Certo, è previsto che ogni produttore si assicuri, ma tutto questo quanto incide economicamente?”.

Che cosa si attende da una fiera come Vinitaly?
“Vinitaly per il vino italiano è un evento imprescindibile, perché ha saputo aggiornarsi, ha mostrato vitalità e capacità di ripensarsi, dando così risposte al settore. Come produttrice dico che non si può pensare al mondo del vino italiano senza Vinitaly. La qualità del pubblico che viene è di altissimo livello”.

 

Ph. Mauro Fermariello