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28 luglio 2020

Il futuro della vite e del vino secondo il prof. Attilio Scienza. “Sostenibilità, genome editing, cooperazione e una identità forte per l’Italia”

Sviluppare ricerca e innovazione, anche digitale, far crescere il ruolo della cooperazione, cogliere l’opportunità della cisgenesi e del genome editing anche al fine della sostenibilità e del contrasto ai cambiamenti climatici. E, soprattutto, lavorare affinché l’Italia abbia una cultura di marca, comunichi efficacemente le proprie macroregioni. In quest’ottica sarà fondamentale il ruolo di Vinitaly, anche nelle sue declinazioni internazionali.
Passano da qui, in sintesi, le soluzioni per il rilancio del vino italiano nel mondo secondo il professor Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura all’Università di Milano, direttore scientifico di Vinitaly International Academy e “guru” del settore.
Fra i vari riconoscimenti ottenuti, anche in ambito internazionale per l’attività di ricerca svolta nel settore, l’ultimo in ordine di tempo è stato il Premio Biblioteca Lunelli 2019 per il libro “La stirpe del vino”, scritto con Serena Imarizio (Sperling&Kupfer Editore). È un’indagine fra storia, mito e scienza, alla scoperta delle più impensabili “parentele” che hanno dato origine ai nostri vini.

Professor Scienza, una domanda ad amplissimo orizzonte: quali sono le sfide per il vino italiano in questa fase?
“Bisogna rispondere a più livelli e non è possibile dare una risposta unica. Sono convinto, però, che uno degli elementi di debolezza da superare, per quanto il nostro Paese possa contare su una buona qualità dei propri vini e una elevata biodiversità, sia il fatto che l’Italia non abbia ancora una cultura di marca”.

Cioè?
“Abbiamo tanti marchi, ma non abbiamo una marca. Possiamo avere denominazioni, grandi aziende, grandissimi vini, ma manca all’estero una visione unitaria del vino italiano, come ha invece la Francia. Siamo consapevoli che serva molto lavoro e che sia costosa da costruire, in quanto serve tempo ed è necessaria una narrazione efficace. Ma la marca, il brand Italia è vincente. Dobbiamo sviluppare sui mercati internazionali questo racconto”.

In quest’ottica quale potrebbe essere il ruolo di Vinitay?
“Vinitaly è una testimonianza importate e gioca un ruolo fondamentale per l’autorevolezza che ha nel settore. Il Vinitaly International Academy, con i suoi circa 400 ambasciatori dislocati in tutto il mondo, sta operando in questa direzione: da un brand forte come il Vinitaly creare la marca del vino italiano. Abbiamo un enorme vantaggio rispetto al resto del mondo: una grandissima ricchezza pedologica e genetica, oltre 600 vitigni conosciuti e coltivabili e più del 50% di tutta la variabilità enologica del mondo. È necessario però spiegarla al consumatore”.

Non c’è il rischio che la grande biodiversità varietale e delle produzioni enoiche si trasformi in un boomerang?
“Purtroppo sì, a volte il rischio è che questa grande ricchezza si trasformi in un punto di debolezza. È questa frammentazione non adeguatamente valorizzata che ha impedito al vino italiano di diventare una marca”.

Quale potrebbe essere la strada da percorrere?
“Dobbiamo riportare tutta la variabilità su un minimo comun denominatore, lavorando dalle microzone a qualcosa di più ampio. L’esempio francese è emblematico”.

Che scelta hanno compiuto?
“La Francia lavora su macrozone: Champagne, Bordeaux, Borgogna e altre. Ma sono diventate dei brand riconoscibili e riconducibili immediatamente alla Francia. In Italia abbiamo denominazioni talmente piccole che forse nemmeno noi conosciamo. Invece, perché non lavoriamo su macrozone e non su 450 denominazioni? Pensiamo al Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia Giulia, ma anche a regioni conosciute, queste sì, a livello internazionale come Veneto, Piemonte, Lombardia, Toscana. E poi Marche e Abruzzo, scendendo lungo l’Italia Centrale e del Sud: grandi aree che superano la logica delle denominazioni, ma che identificano un territorio. Dobbiamo trovare un’alleanza all’interno di aree geografiche più estese. Questo avviene anche in Francia: Bordeaux non è solo Bordeaux, perché alloro interno hanno St-Emilion, Pomerol, Pauillac, Margaux e altre, ma nel mondo si presentano come Bordeaux”.

Quale futuro immagina per ricerca e sviluppo?
“Fanno parte delle sfide complesse e varie di cui accennavo in apertura. È fondamentale sviluppare la ricerca in generale e, in particolare, il digitale. Con la viticoltura 4.0. e la space economy abbiamo la possibilità di usare i satelliti per migliorare la nostra conoscenza sui terroir, sulla vocazionalità delle diverse aree di coltivazione della vite. La scienza ci consente di fare una zonazione di precisione per non sbagliare più sulla qualità”.

Cambio climatico e sostenibilità sono due aspetti chiave per il comparto. Come intervenire?
“Dobbiamo affrontarli riducendo l’impatto della chimica, attraverso varietà resistenti, utilizzando sistemi per il risparmio idrico e per una più equilibrata gestire meglio il suolo”.

Il Green Deal e la strategia Farm 2 Fork e Biodiversity imporranno un aumento delle superfici biologico e una riduzione dei fitofarmaci, restando in tema di sostenibilità. Quali azioni dovrà compiere il mondo del vino?
“Io sono fra quelli che pensa che il Green Deal sia una grande opportunità. A patto, però, che il mondo del vino riesca a svolgere efficacemente una grande azione di lobby. Bisogna dialogare con Bruxelles, indicare progetti e soluzioni e portare a casa risorse per attuarli concretamente. Ma, come le ripeto, servono progetti e non bisogna andare in ordine sparso, con Regioni e Consorzi che si sovrappongono. Bisogna lavorare come per la marca, attraverso distretti e macrozone più ampie, che raccolgono le istanze, fanno sintesi e si interfacciano con l’Unione europea”.

Lei in passato ha detto che il ruolo della cooperazione è strategico, ma che deve cambiare. Cosa intende?
“La cooperazione è parte integrante del sistema, perché il 60% dei vini italiani proviene dalle cooperative, ma il ruolo delle cooperative deve essere valorizzato. I vini cooperativi sono considerati talvolta ancora oggi come serbatoio per rinforzare i vini del nord. Serve dunque un nuovo disegno che riordini la cooperazione, perché rappresentano una grande ricchezza per il Paese. È fondamentale però che ogni vigneto e ogni terroir possano contare su una gestione personalizzata, con un’enologia su misura. Bisogna modificare radicalmente la filosofia della cooperazione, grande risorsa per il sistema”.

È sempre vivo il dibattito delle varietà clonali resistenti, che vivono fortune alterne. E c’è anche il tema del genome editing. Qual è la sua posizione in merito, alla luce delle esigenze legate ai cambiamenti climatici?
“Noi abbiamo attribuito valori mistici al vino, quindi ci sembra quasi di contaminare, con alcuni interventi, la purezza ideale della Vitis vinifera. Mentre il consumatore deve rendersi conto che con alcuni accorgimenti sulla vite ci adattiamo meglio al cambiamento climatico, con meno chimica e con grandi risultati. Accanto all’attività sulla vite, dunque, serve l’antropologia del miglioramento genetico, col consumatore che accoglie consapevolmente tale evoluzione migliorativa. In particolare, se l’Unione europea sbloccherà i prodotti della cisgenesi e del genome editing noi avremo interessanti possibilità. Quanto all’uso delle varietà resistenti ottenute da incrocio, significa rinunciare alla nostra grande variabilità genetica. Perché i vitigni resistenti coinvolgono i soprattutto i vitigni internazionali, mentre noi in Italia non dobbiamo rischiare di coltivare nove o dieci varietà. Al contrario, il genome editing ci consente di inserire il gene della resistenza della malattia senza modificarne le caratteristiche qualitative e per questo la varietà trasformata va considerata come un clone. Si tratta di cisgenesi e non di transgesi. Non sono quindi OGM.
Parlando di cambiamenti climatici non dobbiamo dimenticare anche il ruolo fondamentale dei portinnesti, che consentono il risparmio idrico nell’ordine del 30-40 per cento, come hanno dimostrato i nuovi portinnesti della serie M, costituiti recentemente dall’Università di Milano.

Nei giorni scorsi il ministero ha emanato un decreto per la tutela dei vigneti eroici e storici. In che modo possono diventare un valore aggiunto?
“Come prima cosa, dobbiamo fare un censimento dei vigneti da difendere. Serve una fotografia della realtà e una classificazione: ci sono vigneti molto vecchi, altri meno, altri ancora difficili con terrazzamenti, altri in quota. Bisogna schedare e intervenire dove serve, magari sistemando un muro a secco o aiutando la sopravvivenza di vecchie viti. Allo stesso tempo serve progetto di comunicazione. Quello che sicuramente non dobbiamo fare è una salvaguardia museale, perché non serve a nessuno. Al contrario, serve un piccolo marchio per identificare un vigneto storico. In Francia c’è una disposizione, grazie alla quale un viticoltore può mettere il simbolo del vigneto storico se ha oltre 50 anni. Si chiama Vieilles Vignes e assicura una ricchezza genetica oltre che qualitativa. Così si è provveduto a dare un riconoscimento formale e un ritorno di immagine e, dunque, anche in termini sostanziali”.