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10 febbraio 2021

Soave, territorio e denominazione per puntare ai giovani e all’Asia

Neppure il Covid ferma il Consorzio del Soave, dopo il riconoscimento GIAHS della Fao nel 2018, l’adozione delle unità geografiche aggiuntive all’interno della denominazione nel 2019, il consorzio veneto che raggruppa più di ottanta produttori di uno dei bianchi italiani più conosciuti al mondo, nel 2020 resite sui mercati grazie alla gdo e a un export consolidato. E per il 2021 si guarda alla Cina con la partecipazione a wine to asia a Shenzen dal 8 al 10 giugno.

“Stiamo assistendo a un cambio generazionale tra i consumatori e un ritorno in auge delle denominazioni storiche – ha spiegato Chiara Maria Mattiello, responsabile marketing del Consorzio del Soave intervenuta in diretta Instagram sul canale ufficiale di Vinitaly – e avere alle spalle una storia e un territorio meraviglioso è un binomio vincente per resistere sui mercati. Prima della pandemia stavamo lavorando soddisfazione in Canada e in Giappone, il primo lockdown, grazie alle chiusure scaglionate, non ci ha spaventato, mentre le chiusure più recenti di Germania e Belgio hanno un po’ preoccupato. Ora ci auguriamo nella ripartenza del canale Horeca che è importante in particolare per i piccoli produttori”.

Territorio e denominazione chiavi per il successo in un 2020 difficile, e proprio su questi asset, a Soave, si è lavorato negli ultimi anni.

È del 2018 il riconoscimento della zona di produzione del Soave da parte della Fao: “Il Globally important agricultural heritage systems, è un programma della Fao che tutela 57 paesaggi rurali in tutto il mondo. Panorami modellati nel tempo dalla mano dell’uomo in simbiosi, non in antagonismo, con la natura” ha raccontato Mattiello. Luoghi affascinanti, antichi, tuttora in grado di garantire il sostentamento economico delle comunità che li lavorano. Solo sei di questi paesaggi sono in Europa e solo uno di loro è legato alla viticoltura, si tratta appunto dell’area attorno a Soave, un’onda verde di vigne a pergola in terrazzamenti con muretti a secco abbarbicati sulle colline, che scende a cascata verso la pianura. Vigne che permettono alle tremila aziende vinicole della zona di produrre uno dei vini bianchi italiani più conosciuti al mondo, il Soave e lo storico Recioto di Soave.

“Un grande risultato ottenuto nel 2018 grazie a un lavoro ventennale di studi sul territorio– ha spiegato Mattiello-,  l’apertura del registro dei paesaggi storici rurali italiani ha reso possibile la candidatura e l’ottenimento di questo riconoscimento ed è poi sfociato più recentemente nella pubblicazione del volume Soave Terroir”.

L’anno successivo l’ulteriore passo avanti nella denominazione Soave, cogliendo l’opportunità dell’approvazione delle unità geografiche aggiuntive. “Si tratta di uno strumento della legislazione innovativo – ha spiegato Chiara Maria Mattiello - permette alle denominazioni di poter selezionare microaree di territori particolarmente vocati alla produzione e di identificarli con un nome. Oltre a dare valore aggiunto all’etichetta è un importante strumento nella tracciabilità del vino con una sicurezza sull’origine del prodotto che va davvero dal grappolo alla bottiglia”.

Le “Geo Units” come le chiamano in Consorzio, che sono state inserite nel disciplinare di produzione sono 33 e 28 sono state rivendicate nel 2020 e permettono quindi di riconoscere la provenienza delle uve in un territorio di 7000 ettari coltivati che vanno da un’altitudine di 30 metri sul livello del mare, ai 380 nella “zona classica” fino ai 700 metri a Roncà - Monte Calvarina e con terroir vulcanici e calcarei. Fattori che variano estremante la freschezza e l’acidità del vino. Per concludere con le parole di Chiara Maria Mattiello: “La Garganega e la sua versatilità, è il nostro denominatore comune, ma di Soave non c’è n’è uno uguale”.